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Le aziende e i luoghi (bene comune)

Dieci anni e passa fa parlavamo dei nomadi digitali - quella generazione che un po' per scelta e un po' no (il mercato del lavoro non assorbiva più nelle nuove e neanche nelle vecchie aziende, quelle guidate da chi vi era entrato 30 40 anni prima dall'ultimo scalino al primo, nei modi delle generazioni precedenti): all'ufficio avevano saputo, dovuto e qualche volta anche voluto rinunciare. Le questioni poste oggi dallo smartworking anzi homeworking a maggior ragione, le ponevamo 10 anni e passa fa. Perché aver espulso una generazione dai processi industriali, aziendali, ha prodotto degli effetti. Talora di innovazione involontaria. Talora di straniamento diffuso. Alle sorti. Di un paese, di una azienda.

Gli uffici e il dopolavoro sono diventati a un certo punto, col crescere dei bisogni, i "coworking". Le aziende hanno iniziato a pagare la postazione al dipendente. Adesso a far assomigliare a quegli ambienti i propri. Così io ho assistito a luoghi che toglievano storici tavoli da ping pong ma non era il passato era il futuro quello spazio di "lavoro", per cambiare le sale e viceversa. In un cortocircuito del mondo del lavoro italiano, che cerca una sua identità, capace di reggere al post (post posto fisso in primis).

E poi c'è tutto il tema della formazione permanente, e gli obiettivi europei da raggiungere del life long learning. Ma dove credete che gli altri Paesi abbiano rafforzato le competenze dei loro cittadini in tutti questi anni in cui noi siamo arrivati ad essere penultimi nell'alfabetizzazione tecnologica? Beh, nelle loro biblioteche. Buongiorno Italia.


di Benedetta Cosmi


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