• Tonino Esposito

Made in Carcere, sartoria sociale

Aggiornato il: mar 18

Made in Carcere: la sartoria sociale che supera le barriere

Il brand sociale Made in Carcere nasce nel 2007 dall'entusiasmo e dal desiderio della sua fondatrice: Luciana Delle Donne. Questa imprenditrice talentuosa e coraggiosa, fondatrice della Onlus Officina Creativa Coop. Soc., aveva già preso la sua decisione: lavorare con chi vive ai margini della società, per dimostrare che bellezza ed eleganza possono entrare in luoghi di estrema emarginazione, generando un nuovo modello di economia riparativa, che lei definisce "rigenerativa" in quanto positiva per l'individuo, la comunità e l'ambiente.

La forza di Made in Carcere consiste non solo nella produzione in carcere di accessori e abiti, ma anche nell'utilizzo di materiali recuperati attraverso donazioni da parte di imprenditori illuminati, che invece di mandare al macero tessuti e rimanenze di magazzino, decidono di destinarle alla produzione di questa realtà pugliese di eccellenza.


Due gol in contemporanea: impatto ambientale e inclusione sociale

Luciana comincia oltre 14 anni fa, interrompendo volontariamente una brillante carriera passata nel mondo della finanza per dedicarsi alla sua vera vocazione etica. Come lei stessa racconta "dopo aver realizzato la prima Banca on line in Italia, è stato facile convertire la mia passione e il mio lavoro dal mondo dell'innovazione tecnologica a quello dell'innovazione sociale, facendo sempre da apripista in nuove attività". Dall'inizio dell'attività, Made in Carcere ha dato lavoro a centinaia di persone in stato di detenzione e favorito la loro riabilitazione attraverso l'acquisizione di nuove competenze e la reintegrazione nel tessuto produttivo e sociale del Paese. Parlando di numeri, infatti, l'esperienza di Made in Carcere conferma quanto stabilito dalle statistiche, ovvero che l'80% delle persone che lavorano in carcere non tornano in carcere - un dato significativo se comparato al tasso di reiterazione del reato registrato in Italia (sempre dell'80% al contrario. Cioè chi non ha esperienze di lavoro durante la detenzione torna a commettere reati e quindi, oltre al danno, rappresenta un costo per la comunita di circa 60.000 euro l'anno). Per esattezza, la percentuale di abbattimento della recidiva nella nostra esperienza è quasi del 100%.


Non solo moda... ma stile di vita

I laboratori in carcere si chiamano Maison, proprio perché attrezzati e arredati con tappeti, mobili antichi, poltrone, per ricreare un ambiente familiare e fruibile a tutti. Con sala riunioni, sala lettura, palestra, cucina con frigorifero, tra colori, bellezza e comodità.

“Partendo dalla prima Maison Made in Carcere - spiega Luciana - abbiamo avviato altri 3 laboratori tessili all'interno degli Istituti Penitenziari di Trani, Matera e Taranto. Oltre alle sartorie, abbiamo rivolto l'attenzione verso i minori e incrementato nuovi settori avviando nel carcere minorile di Bari una pasticceria certificata biologica, che realizza e vende biscotti vegani: le "Scappatelle", così come collaboriamo con un'altra pasticceria già avviata presso il minorile di Nisida”.

Negli anni, in linea con l’idea di Inside-Out, Made in Carcere ha ampliato le sue attività fuori dalle carceri sviluppando e sostenendo l'avvio di sartorie sociali di periferia.

Al momento, oltre alla Puglia - Lecce, Taranto e Bari - l’impresa sociale è sbarcata anche a Verona, Grosseto e Catanzaro che grazie al sostegno di Fondazione CON IL SUD accompagna anche nella crescita altre 6 cooperative partner del progetto BIL - Benessere Interno Lordo.

“Nelle nostre sartorie, i materiali di recupero vengono trasformati in manufatti solidali e gadget personalizzati per privati ed aziende: borse, trousse, fasce, sciarpe e tanti altri oggetti colorati - ricuciti come tenta di essere ricucita la vita delle donne che li realizzano” conclude Luciana Delle Donne. Accompagnare cioè verso percorsi di crescita che influenzino riflessioni e consapevolezza tra le comunità dentro e fuori dal carcere.

La pandemia vista da Made in Carcere

“La più grande difficoltà affrontata negli ultimi mesi - che ha coinvolto tutto il territorio - è sicuramente quella della pandemia. Noi abbiamo reagito con coraggio - racconta la fondatrice - e determinazione sin dai primi mesi, nonostante i problemi di accesso ai laboratori che abbiamo avuto all'interno degli Istituti Penitenziari. Tuttavia, questa sfida rimane quanto mai attuale. La mancanza di eventi e festival ci ha lasciato senza lavoro, perché il nostro core business consiste nel produrre in carcere gadget personalizzati recuperando materiali di scarto”.


Si decide per una riconversione aziendale delle sartorie. “Abbiamo inizialmente dirottato una parte della nostra produzione nella realizzazione di mascherine, soprattutto per donarle a persone in difficoltà (detenuti, senza tetto, rifugiati). - continua Luciana - Ne abbiamo donate inizialmente oltre 10.000. Abbiamo ottenuto la marcatura CE per la produzione di quelle chirurgiche e abbiamo realizzato anche ulteriori modelli che potessero produrre meno inquinamento possibile. Abbiamo creato dei portafiltri in cotone e in lycra con la possibilità di sostituire il filtro sempre a tre strati come quelle chirurgiche (SMS), vincendo anche dei premi per l'originalità e la riusabilità del modello. Non abbiamo proseguito, però, se non in pochissimi casi. Sul mercato già in tanti avevano avviato la produzione e ci sembrava superfluo metterci anche noi in coda, e comunque non abbiamo avuto particolari richieste da parte di nessuno. E così abbiamo colto l'occasione per riflettere e domandarci quali scenari futuri ci avrebbe riservato questa pandemia. E la risposta l'abbiamo trovata nel progetto con Fondazione CON IL SUD, sviluppato già nei primi mesi del 2020, ma sospeso a causa della pandemia. Ora però stiamo diversificando le nostre attività, e creando nuove opportunità di crescita come la Social Academy, che si pone come obiettivo quello di formare non soltanto persone in stato di detenzione, ma anche cooperative sia del settore tessile che di altri settori come l'agricoltura, la falegnameria e la nutrizione, già fruitori delle cooperative partner del progetto BIL. Vogliamo diffondere fiducia e speranza, sia dentro che fuori Made in Carcere. Ci auguriamo di trovare comunque fonti di finanziamento per sopperire alle forti criticità di liquidità”.


Dal territorio, all’internazionalità: il progetto Social Academy

Il progetto Social Academy nasce dall’esigenza di avviare un percorso collaudato per il trasferimento di competenze. “Anche l'Università delle Repubblica Domenicana - conclude l’intervista Luciana Delle Donne - ci ha scelto per poter trasferire nelle loro carceri di Santo Domingo e Rafey la nostra competenza ed esperienza. Abbiamo costruito per loro la nostra “cassetta degli attrezzi” con tutte le informazioni utili per avviare un modello di impresa sociale come la nostra, tenendo conto che lo scambio ha come principale obiettivo quello di rendere il nostro modello di "economia rigenerativa" quanto più replicabile possibile, così da aumentare l'impatto sociale generato. Diciamo sempre: "Vogliamo che gli altri ci copino" e questa è appunto la filosofia che allo stesso modo ha ispirato il progetto della Social Academy che nel 2021 darà formazione, lavoro e prospettiva, come dicevamo, a oltre 65persone in varie forme di detenzione e sosterrà circa 10 cooperative nello sviluppo dei propri progetti condividendo l'esperienza maturata nel tempo e trasferendo tutto il knowhow. Perché siamo sempre più convinti che dare e darsi sia la nuova frontiera della ricchezza”.



A cura di Next Nuova Economia


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