Livia

Aggiornamento: 11 nov

Livia era giovane quando si trovò di fronte a una scelta. Era giovane, aveva due bambini piccoli, ed era sola. Perché suo marito era andato a combattere in Russia e non era più tornato, nonostante per anni Livia l’avesse atteso. Invano.

Livia Laverani veniva da una semplice famiglia piemontese. Il suo papà faceva il ferroviere, era iscritto al partito socialista e rifiutò di aderire al fascismo. Così nel 1923 perse il lavoro. Ma non il sorriso: portava la piccola Livia in bicicletta alle riunioni di Partito, e sul manubrio legava sempre splendidi papaveri rossi.

Il fratello maggiore di Livia era un “pregiudicato politico”, rimase in carcere per tre lunghi anni, poi fu rilasciato, ma ciononostante per anni si susseguirono perquisizioni e incarceramenti preventivi.

Livia aveva una bella voce e cantava nel coro della scuola. Un giorno doveva venire in visita Mussolini a Torino, e lei avrebbe dovuto cantare degli assolo. Ma si rifiutò di cantare. Spiegò al preside che proprio a causa di quella visita importante suo fratello era stato messo in prigione “preventivamente”. Questo le costò l’anno scolastico. Fu costretta a ritirarsi e per due anni, lei che aveva la media del 9, non fu nemmeno ammessa agli orali da privatista. Alla fine dovette trasferirsi in una scuola di Vercelli, altrimenti non avrebbe mai preso il diploma.

Poi il matrimonio, il marito al fronte, prima in Francia, poi in Grecia e infine in Russia, da dove non ritornò mai più. La guerra, il dolore, la paura per i due bambini piccoli.

E poi l’otto settembre 1943. Livia poteva restare a vivere con i suoi genitori, in una relativa tranquillità. Ma scelse di non farlo.

Perché non poteva non unirsi ai partigiani.

Davanti all’orrore, e alla paura, non arretrò. Anzi, si unì ai partigiani della Brigata Val Ellero, con i due bambini piccoli al seguito che sicuramente rappresentavano una difficoltà per gli spostamenti e una grande preoccupazione. Ma Livia sapeva che stava combattendo anche per loro. Per la loro libertà e il loro futuro.

Perché Livia combatteva. Appena salì sulle montagne con i partigiani diede per scontato che avrebbe combattuto. “Cosa vuoi che facessi, la sarta o la cuoca?” - racconterà anni dopo.

Ma a Livia non piaceva combattere. Fuori da ogni retorica bellica, a Livia la guerra non piaceva per nulla, odiava i tedeschi per quello che l’avevano costretta a fare. Ma purtroppo in quel momento storico era una scelta indispensabile. Non ci si poteva sottrarre. E così, a costo di grandi sacrifici, Livia imbracciò il fucile e salì sulle montagne. Ma come dirà lei in seguito: “Ho combattuto perché si affermassero i valori civili, non i valori militari. Questo mi toglie ancora i sonni adesso: la necessità di fare la guerra. Noi ci siamo state tirate per far guerra alla guerra”.

Poi la guerra finalmente finì, e Livia tornò a casa, dopo aver contribuito alla liberazione del suo paese. Del nostro paese.

Perché la storia di Livia è la nostra storia, di quella generazione che si è battuta per noi e per il nostro futuro anche a costo della vita. Non è retorica, non è propaganda, non è una parte della storia. È la Storia.

Anche questo è un pezzo di memoria che non possiamo dimenticare. A nessuno piace la guerra. Per questo siamo fortunati oggi a vivere in pace, ma ricordiamoci a quale costo l’abbiamo ottenuta.

😊🦋


(La storia di Livia è stata raccontata nel bel libro di Piera Egidi Bouchard, “Compagna Livia. L’impegno di Livia Laverani Donini nella Resistenza, nel Partito comunista, e con il movimento delle donne”, Edizioni SEB27, 2015).


A cura de "La Farfalla della gentilezza"


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